Sommossa popolare a Porchiano

Sul numero di marzo 2016 de “Il Banditore di Amelia”, è apparso questo articolo di Emilio Lucci, che riportiamo integralmente.

Sistemando, giorni or sono, alcune carte provenienti dall’archivio parrocchiale di Porchiano, sono emersi dei particolari, che vorrei definire esilaranti, sugli avvenimenti che surriscaldarono l’ambiente paesano oltre centoventi anni fa.
Ed ecco i fatti.
Nel mese di settembre 1896 venne organizzato ad Orvieto un grandioso Congresso Eucaristico, contornato da numerose altre manifestazioni.
E proprio per quell’occasione, già l’anno precedente don Luigi Luzi, parroco di Lugnano, aveva pubblicato un opuscolo dal titolo “Il SS.mo Corporale, Orvieto, Bolsena, Porchiano del Monte“, ripubblicato qualche anno fa da don Mario Santini. Tra le manifestazioni di contorno previste ad Orvieto era programmata anche una mostra di opere d’arte, alla quale il medesimo don Luzi voleva inviare un  prezioso ciborio quattrocentesco che allora era sull’altare di Porchiano.
Si ribellarono tutti i porchianesi, i quali scesero in piazza a bloccare il carro che doveva portare il ciborio ad Orvieto.
Venne pubblicato anche un polemico sonetto da parte del “dottor Cavicchi” il quale lamentava come “Dopo che ci han portato via ‘l Comuno // ce vonno portà via puro el Ciborio“. (Va precisato come alcuni anni prima Porchiano, fino allora comune autonomo, era stato unito a quello di Amelia).
Il sonetto proseguiva minaccioso, evocando la possibilità che nei disordini “ce scapperà el mortorio” e la certezza che il ciborio non sarebbe più tornato al paese. L’ultima stoccata era per don Luzi: “E l’arciprete de Lugnan ce manca // Se torna qua, corpo d’una saetta, // je volemo fregà quell’altra cianca!“: era forse zoppo?
La vicenda continuò con una polemica lettera del Luzi, che accusava i porchianesi di essersi fatti trasportare dall’ignoranza, non capendo che la presenza del loro ciborio ad Orvieto avrebbe costituito solo un motivo promozionale, diremmo oggi, per il paese.
Molti paesani, alla lettura di queste invettive, si inalberarono e risposero polemicamente con un volantino, stampato presso la tipografia Petrignani, nel quale si scagliavano violentemente contro don Luzi e la sua “presunta” cultura, accusando anche alcuni parrochi del paese di aver spogliato la chiesa dei “parati di valore”, che possedeva, di averne “smattonato” la volta, allora dipinta con un cielo stellato come un tempo era stata la cappella Sistina: anche la volta di Porchiano era opera di Piermatteo?
Da ultimo, dicono gli accusatori, “un prete si mangiò l’unico Cristo che vi era rimasto“; si trattava di una croce processionale venduta a qualche antiquario?
Noi popolo – concludono – per le peripezie passate, abbiamo creduto in una spoliazione ed abbiamo fatto valere i nostri diritti di possesso“. Ed il ciborio occasione di tanto rumore?
Oggi giace dimenticato in un angolo, in attesa di una valorizzazione, che potrebbe avvenire soltanto attraverso la sua esposizione in un museo.

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