Una storia di arte e di vita a Porchiano del Monte

Sul “Banditore di Amelia”, in due puntate a febbraio e marzo 2017, è apparso un articolo dell’architetto Maria Cristina Marinozzi – di cui riportiamo ampi stralci – a proposito del diario di Fausto Vagnetti (1876 – 1954), autore della decorazione della cappella “dedicata a San Francesco d’Assisi, in casa Pennazzi Catalani”. Il diario è conservato nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, e tra molti altri ricordi se ne trovani alcuni dedicati al lavoro nel nostro borgo.

La prima annotazione porta la data del 14 ottobre 1920, mentre l’ultima del 20 novembre dello stesso anno. L’artista descrive con vivaci osservazioni l’arrivo a Porchiano, la sua permanenza e i personaggi della casa.
Giunge nel “paesotto umbro, incastonato in una roccia solitaria, cinto sui fianchi da ulivi e da elci nere” il 29 settembre dopo un viaggio definito bizzarro: “da Roma ad Attigliano in ferrovia, da Attigliano a Lugnano con una vecchia diligenza postale semi sconquassata tirata da un ronzino tutte ossa” e da Lugnano su “un somaro: avevo a tracolla la scatola dei colori e sul dorso del ciuco il lungo rotolo dei disegni […] mi tenevo in sella come un cavaliere antico, ma sentivo di cavalcare storto e non sapevo raddrizzarmi; temevo sempre di andar giù […] e sospiravo la meta”.
La casa gli apparve “grassa e pingue”, il lavoro si svolgeva tutto il giorno e alle nove di sera si andava a letto in un silenzio “solenne”.
Il 24 ottobre il Vagnetti scrive che la volta e la decorazione dei lunettoni erano completate e riflette sull’opera compiuta esprimendo soddisfazione, ma anche rammarico per il fatto che quasi nessuno avrebbe potuto conoscere la sua esistenza: “E’ un’armonia fine che ne viene fuori e sento che al termine del travaglio forse avrò compiuto un’opera d’arte. Peccato che rimarrà qui, in questo casone nero, lontana dal mondo, senza una persona vicina che la comprenda e l’apprezzi, all’infuori del vecchio Catalani che viene in questo luogo raramente. Nessuno dei miei amici la vedrà; nessuno dei miei colleghi potrà constatare fin dove potrà giungere il mio senso decorativo e la mia abilità nel condurre un’opera simile; nessuno dei miei nemici verrà qui a mordersi un labbro dalla rabbia, e ciò è male. Il solo curato la gusterà quando ci dirà la messa, e questi contadini riposeranno inconsapevolmente gli occhi nell’armonia di quei turchini e quei gialli, pensando amaramente ai soldi che il padrone ha speso. E pazienza!”.
In effetti le sue parole si sono rivelate profetiche, la cappella, dopo essere caduta in un lungo oblio, ha rischiato di andare perduta a causa dell’abbandono e delle infiltrazioni d’acqua provenienti dal tetto, ed è solo grazie alla sensibilità dell’ultimo proprietario che si è salvata ed è in buono stato di conservazione. […]
Nella giornata del 20 novembre, Fausto Vagnetti registra la conclusione della decorazione, espri mendo compiacimento per la buona riuscita, nonostante il tempo e i mezzi limitati.
Inoltre gioisce per essersi “provato in un lavoro che resterà e di aver raggiunto un’armonia nell’assieme e nelle parti”, sottolineando anche che “il San Francesco è una figura trovata e di intenso sentimento”.
Fausto Vagnetti afferma poi che, dopo l’esperienza della cappella, nella quale ha dovuto risolvere molteplici problemi e sperimentare “l’enorme differenza frra il ponte e il cavalletto”, spera di poter affrontare una commissione più complessa, nella quale raggiungere un risultato ancora più elevato. Prosegue poi con un sentito apprezzamento per la competenza e la disponibilità del decoratore Luigi Razza, che l’ha aiutato nel lavoro della cappella e del quale descrive anche la figura e il carattere: “Per la parte grossa del lavoro sono stato aiutato da un decoratore di Amelia, certo Luigi Razza, un ometto sui 57 anni, pieno di esperienza, di buona volontà, di amore nel lavoro quotidiano. E’ discretamente abile, ma di grande timidezza. In principio vedendo quei turchini, quei gialli, quelle gamme di colori vivaci, quell’innesto di toni forti, si spaventava, lui abituato a lavorare a forza di mezze tinte e di timito e continuato chiaroscuro, lui imbevuto di vecchie teorie apprese a Perugia con qualche artista decrepito e a Roma con un paio di decoratori dozzinali; ma poi ha cominciato a sentire una musica sconosciuta, ma bella, si è entusiasmato al lavoro e in ultimo si è scosso. E’ un artefice prezioso e un uomo di grande deferenza, starei per dire di grande umiltà; se avrò la fortuna di altre commissioni me ne servirò indubbiamente”.
E’ probabile che Luigi Razza abbia collaborato alla realizzazione dei fondi e dei motivi decorativi, che erano la sua specialità, infatti, come riferisce lo stesso Vagnetti, “rimarrà a Palazzo Pennazzi Catalani tutto l’inverno per decorare varie camere”.
A seguire, l’artista tratteggia una carrellata di divertenti ed acuti ritratti dei lavoratori della casa e dei maggiorenti del paese con i quali ha vissuto i cinquanta giorni a Palazzo Pennazzi Catalani, “gente buonissima e deferente. Giocondo, il maggiordomo, abile, astuto, volpino spesso, ma ossequiente alla consegna avuta dal cavalier Catalani di trattarmi bene; […]. Palmira, la vecchia fattoressa che cucina in maniera impeccabile […]. Il sor Vincenzo, il fattore, vecchio contadino, forte, alto, violento, ma di grande cordialità con me. […] Elvira, la piccolissima Elvira, figlia di questi fattori, madre di nove figli, […]. E poi Getullio e Terzo, i guardiani, pezzi di scoglio staccati da questi monti, robusti e risacchioni; Gigetto, l’uomo di fatica, alto, magro, […] faccia caratteristica di villano umbro quattrocentesco; e poi Vannicelli il cocchiere e stalliere, tipo di filosofo, furbacchione e scettico, […]. Il maestro. tipo di cacciatore perfetto ed impenitente, di fumatore arrabbiato, […]. Il curato, don Giuseppe Zappetelli, un omaccione lungo e grosso e panciuto che dice messa la mattina alle cinque […] il vero curato di campagna rimasto a cento anni addietro […], è stata l’unica persona che si è interessata giornalmente della mia opera […]. E a lui va associata la Righetta, la sua serva, un pezzo di travertino vestito da donna […].
Le pagine si chiudono con il commiato di Fausto Vagnetti a Porchiano del Monte: “Lascio questo paesotto di bolscevichi arrabbiati con un certo rimpianto”.
[…]

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