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Da Porchiano a Paterson

Nel giugno 2015 Stefano Cavalchini, in occasione di un viaggio a New York, decide di visitare Paterson, la città dove era emigrato e aveva fatto fortuna Mattia Giurelli. Questo è il racconto che ha gentilmente deciso di condividere con i lettori del sito porchianodelmonte.info.

Due tre giorni prima di partire per New York – dove incontrerò mia figlia che è li per un periodo di lavoro – mi capita quasi per caso di aprire una pagina di Google Maps e  allargarla.

Cosi scopro che, al di là del fiume Hudson, dove comincia lo stato del New Jersey, sta la città di Paterson. Quella delle fortune di Mattia Giurelli. Vado un po’ in crisi. Ormai è tardi per progetti organizzati ma so che questo fatto non posso ignorarlo. Rimando decisioni ma parto con una domanda: un pellegrinaggio o no?

Alla fine qualcosa mi invento. Così, dopo alcuni giorni a New York, ci rechiamo presso una stazione di autobus un po’ sperduta nel lontano nord di Manhattan dove troviamo al volo il pulmino giusto e compriamo a bordo un biglietto a/r in giornata per Paterson. Il tutto un po’ a caso ma i trasporti di New York non sono il massimo dell’organizzazione: ci accadrà diverse volte di essere accolti a bordo anche senza biglietto.

Ho dovuto superare le perplessità della mia compagna di viaggio, che ignorava  chi fosse Giurelli ma è abbastanza avventurosa da seguirmi anche perché sarà un modo per vedere la provincia americana. E poi  su internet alla voce “Paterson” si visualizza per prima cosa una stupenda cascata e un relativo parco che fanno pendere la bilancia.

Il tragitto dura poco piu di un’ora, permette di ammirare da altre prospettive lo splendido profilo di New York e di vedere come, sulla sponda opposta del fiume, il suolo si alzi subito di quota e si faccia roccioso, invece dei  bassi isolotti sabbiosi su cui sorge Manhattan. Quasi subito si entra in un bosco che poi non si interromope per decine di km, fitto non più di irochesi e mohicani ma di miriadi di classiche villette unifamiliari americane. E’ il regno immagino dei “commuters” i leggendari pendolari di tanti film americani.

Sul pulmino di anglosassoni non c’è ombra, i più bianchi siamo noi. Latinos e afroamericani ne sono gli unici utenti e la lingua spagnola allegramente si diffonde. So di andare un po’ alla cieca ma non immagino quanto. Mi rincuora vedere entrando in citta qualche edificio civile e religioso opera probabile di abili scalpellini italiani. Ma li lasciamo indietro e quando  il conducente in qualche modo ci fa capire che siamo arrivati, il centro di Paterson si rivela un anonimo crocevia, assolato e semideserto. Non c’è una tabella di fermata né orari segnalati. Coraggio, ormai ci siamo. Per il ritorno ci dicono vagamente di tornare dove siamo scesi e aspettare. Siamo perplessi e un po’ allarmati. Oltre tutto è domenica e c’è un’aria sonnolenta come nelle domeniche romane della mia infanzia.

Cerchiamo di tenerci alto il morale e alle poche facce affidabili chiediamo delle fabbriche tessili e delle cascate che nella mia fantasia (e non mi sbaglio)  vedo collegate logicamente. Fall, waterfall sono parole che cadono nel vuoto… Non c’è un vigile, un poliziotto, nulla. Proviamo infine con un negozio di computer, saranno più evoluti. E qui finalmente, ma come qualcosa di molto  trascurabile, ci si indica vagamente una direzione. La parola che ha funzionato comunque non è waterfall ma cascadas.

Le speranza si riaccendono. Appare la segnalazione di un parco, edifici e ciminiere in mattoni, perfino una mill street. Il cuore si allarga… qualcosa ancora esiste. La faccio breve:  poco distante dal centro attuale, lungo il fiume Passaic, c’è ancora una vasta area di fabbriche tessili  e centrali elettriche, di bella fattura, dei primi del novecento. E nei pressi una imponente cascata creata dal fiume che supera uno dei salti del plateau continentale. Le fabbriche me le aspettavo abbandonate, la centrale pure e infatti è così ma quello che non ti aspetti negli USA è che il parco di archelogia industriale che le conserva  sia… fuori uso peggio di Pompei. Edifici quindi visibili solo dall’esterno e da lontano, la stessa vista della cascata è in parte impedita, i  percorsi abbandonati. Dappertutto spazzatura. C’è un pittore della domenica che, ottimista (tutti ottimisti qui) e per questo disponibile, ci dice che presto riaprirà. In effetti qualche lavoro in corso appare ma il posto è deserto. Non importa, siamo viaggiatori abbastanza evoluti da non cercare sempre il bello, che amano confrontare le aspettative con la verità.

E qui tutto quello che ci appare segnala qualcosa di più profondo: una tremenda deindustrializzazione, la crisi fiscale dello stato, la rottura di ogni memoria. Se noi europei siamo troppo attenti a coltivare il passato qui mi pare che, inconsapevoli, siano portati a cancellarlo. Una frattura culturale incolmabile: il passato degli emigranti italiani è ormai cenere, c’è il presente dei loro successori. La città è sostanzialmente popolata di afroamericani e peruviani al centro e da una seconda fascia di turchi e altri mediorientali. E non si vede altra traccia di lavoro che non sia nei servizi.

La natura, anche se avvilita dall’incuria, appare ancora bella, vediamo un castoro e  begli uccelli acquatici: sono i luoghi accoglienti dei picnic all’aperto che appaiono nei filmati di Giurelli. Ora vuoti di presenze. Finché, a un’ora imprecisata del dopopranzo (la trattoria peruviana è seria e la campagna elttorale in corso per sindaco sembra svolgersi a Quito) sulle rive del fiume cominciano ad apparire famigliole numerose di filippini, piccole gang nere che ci preoccupano a torto, rare auto che silenziose scivolano via. Gli onnipresenti ciliegi e magnolie fioriti fanno il resto per darci una strana sensazione di essere fuori del tempo.

Mi trovo a pensare che forse sono il primo porchianese che viene qui da quando è partito Mattia. Forse qualche giovane storico del movimento operaio? Ma quando al ritorno ho visitato il sito della locale biblioteca pubblica di anarchici italiani non c’è ombra. Poi, sul pulmino che ci riporta a New York nel paziente ingorgo di fine week end, mi figuro le vite di queste persone anonime così lontane dalle loro terre d’origine e già così americane, vite fatte di lavoro e della speranza di migliorarlo, in una specie di eterno presente. E mi viene da pensare che un gemellaggio con Porchiano glielo proporrei, ai camerieri peruviani di Paterson e che un monumento se lo meriterebbe, il lavoratore migrante sempre diverso e sempre uguale.

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