Restitujo e restitujà

“Restitujo” probabilmente deriva dallo spagnolo “restituyo” (restitugio) che in italiano significa restituisco. Eredità della civiltà contadina ormai al tramonto, fino agli anni Cinquanta in paese era ancora abbastanza usata, e con essa si voleva sintetizzare le due parole “restituzione” e “resto”. Volendo provare a dare un’interpretazione dialettale, (un po’ personale), si potrebbe considerare come un acronimo: resti (restituzione) – tu (a te) – jo (giù). Da restitujo deriva “restitujà”, altro verbo con cui s’intendeva prendere o recuperare dal basso, qualcosa che rimaneva di un bene importante.

In quel periodo, fondamentali erano i prodotti dell’agricoltura e del bosco, come il grano, il granoturco, l’oliva, la ghianda, il carbone. In un periodo di economia misera, recuperare anche piccolissime quantità di questi beni, per la nostra comunità era una risorsa da non trascurare. La raccolta di queste rimanenze era possibile, con il tacito consenso del mezzadro o del proprietario del fondo, e principalmente veniva fatto dalle donne.

Del grano venivano recuperate le spighe, che si perdevano nei campi e nell’aia durante le varie fasi di mietitura delle messi (falciatura, preparazione di “gregne”, e “cordelli”), o nel trasporto che avveniva con carri e “traje”.

Era un recupero misero, che spesso si riduceva in pochissimi mazzi di spighe o pochissime pannocchie di granoturco, comunque importanti per integrare il becchime di polli, galline e piccioni. Restitujà le olive era più difficoltoso, perché i conduttori dei fondi nel periodo della raccolta, erano giustamente gelosi dei loro campi già arati e seminati. In questo caso si sperava che le olive, venissero portate fuori dai terreni da qualche pioggia torrenziale. La stessa attenzione veniva posta alle ghiande di quercia, che per le loro qualità, erano molto apprezzate per maiali e conigli.

Chi possedeva questi alberi, aveva a disposizione una risorsa importante. Molto utile era una ghianda di quercia piccola e rotonda chiamata “castagnola”, che tostata e macinata, permetteva di avere un caffè con caratteristiche simili a quello d’orzo. Di qualità più scadente, ma più facili da reperire per la vastità dei nostri boschi (sempre appartenuti alla comunità), erano le ghiande di elce. L’importanza dell’olivo e della quercia nell’economia della nostra comunità è già menzionata ed evidenziata dettagliatamente nell’anno 1449, al V° libro degli statuti dell’antico castello. In essi si legge che queste piante erano salvaguardate, con leggi speciali e con penalità superiori a quelle riservate a chi avesse danneggiato altri alberi.

Il restitujo più ricercato era quello del carbone vegetale, che i carbonari producevano grazie al taglio della lecceta, che come oggi avveniva a rotazione e con gli stessi principi e le stesse accortezze.

Per raccogliere qualche pezzo, si aspettava che i carbonari, con i loro muli, avessero raccolto tutto il carbone e abbandonato gli spiazzi ricavati nel bosco per produrlo, che venivano chiamati “carbonelle”. Recuperarlo, significava risparmiare tempo e fatica: altrimenti si doveva produrlo in casa, togliendo dal camino i tizzi ardenti.

L’immediatezza del suo utilizzo portava utilità e comodo per cucinare, stirare, e fornire piccoli accessori per riscaldarsi (scaldino, scaldaletto, o il più famoso… prete).

I ricordi che ho di quel periodo sono pochi, ma indelebili. Come posso dimenticare la mamma Ernesta (Lucia all’anagrafe), che seguivo sempre attaccato alla sua gonna, tra le stoppie di grano che inesorabili mordevano gli stinchi, oppure in fondo ai “Pantanelli” (campi del podere Palombara) a raccogliere le olive nel fango, o nei boschi della valle Rignana per il carbone, dove le spine delle “stracciabrache”, senza alcuna pietà, non mollavano la presa sulle mie gambe nude?

Purtroppo per penuria di stoffa, in quel periodo, i pantaloni lunghi… non andavano di moda!

(Articolo di Aldo Perelli, pubblicato su Il Banditore di Amelia di maggio 2018, trascritto da Marcello Paolocci)

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