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12 visitatori online| Rassegna stampa: Il Messaggero, 17 gennaio 2010 |
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A caccia di anime e di beccacceParroco a Porchiano da 60 anni, Don Mario ancora impugna la doppiettaIl basco in testa, che scende quasi a metà fronte. Gli occhi chiari, intensi. E quel modo di intercalare “eh?”, come dire: «Mi hai capito?», frutto probabilmente degli oltre trent’anni trascorsi a fare l’insegnante, prima in seminario e poi all’istituto tecnico. Don Mario Santini è il parroco di Porchiano del Monte, cinquecento anime, più qualche “cittadino” del fine settimana. E ai porchianesi, che vadano a messa o no, guai a chi lo tocca.
Fu lui dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale a far ricostruire il campanile del paese: «Era il 1949, guarda – s’affaccia dalla finestra della sua cucina – sopra quella bifora c’è il punto da cui venne ricostruito». E poi l’asilo. «Che anno era?... Ne ho tanti di ricordi, il mio computer è pieno eh: ma si era il 1957, trovai i fondi grazie all’aiuto di un frate che s’era trasferito qui, lo chiamavano il “frate zompone” perché aveva difficoltà di movimento, ci aiutò tantissimo, tutta la comunità di Porchiano lo deve ringraziare».
Ma da quando è parroco qui? «Da sempre – sorride lui – la prima messa l’ho detta nel 1946». La sua porta di casa è aperta, sempre, se in paese chiedi del parroco ti accompagnano fin dentro il salotto. «Qui si fa così, siamo di casa». Appoggiato al muro d’ingresso puoi trovare il fodero del fucile di Don Mario. Perché lui va a caccia. Beccacce e piccioni sono la specialità. «Col “seccarotto” e il “sillante” (tradotto: la vetta di un albero legato in cima a una pianta, usata come posatoio, e un uccello da richiamo)... quand’ero giovane tiravo bene, ora insomma, l’età...». L’altra passione è la fotografia: «Ti faccio vedere... - e stende sul tavolinetto della cucina un grosso album di ricordi – questa è la nevicata del ’56: salendo su in cima al cumulo di neve si potevano toccare i cavi dell’illuminazione pubblica». Don Mario fu uno dei primi in paese ad avere un’automobile. Prima la moto, poi la Cinquecento: «Ricordo che la comprai usata a Terni, e poi il Milletre: con quello ci accompagnavo il vescovo Loiali a Roma, tutti i giorni durante il concilio ecumenico: partivamo al mattino e tornavamo la sera». Conosce a memoria anche le pietre del suo paesino, don Mario, pardon Monsignore. «Si m’hanno fatto Monsignore ma per me sono tutte stupidaggini: quel che conta è essere prete». «…Ecco guarda quello scalino, dev’essere stato fatto intorno al mille, l’abbiamo scoperto quando ho fatto sistemare la scalinata della chiesa, quell’artigiano era bravo, lavorava bene ma bisognava stargli sopra un po’ eh». Don Mario può raccontarti a memoria la storia del comprensorio amerino, ha un debole per Piermatteo, che lavorò anche a Porchiano: una Madonna col bambino nella chiesa parrocchiale. I soldi per il restauro lì trovò don Mario, una ventina d’anni fa, a furia di scrivere, telefonare, parlare, chiedere. Ora lo sfondo verde dell’affresco e i volti dei personaggi sono quasi scomparsi: «Colpa dell’umidità che entra in chiesa, mi hanno detto… ma io non ci credo proprio», dice don Mario. Confrontando le foto, si vede che l’affresco è messo peggio ora che prima del restauro. «Ma guarda di qua», a un metro di distanza, su una colonna, spunta un Sant’Antonio: «E pure questo secondo me è di Piermatteo», spiega il parroco. Ma il Sant’Antonio è decisamente più in salute della Madonna col bambino. Servirà un altro restauro. I porchianesi vogliono bene a don Mario «… c’ha battezzato a tutti». E lui vuol bene ai “suoi” porchianesi. «Anche se so’ “compagni” eh… però bisogna dire la verità: ce ne sono di bravi». (Il Messaggero, articolo di Federico Fabrizi)
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