Come un cinguettio di passeri

Lungo le mura di Porchiano del Monte, lì dove passa la strada che entra al paese, si vede sulla sinistra un piccolo e grazioso giardinetto, recintato da un muro in pietra. E’ il monumento ai caduti, uno dei migliaia di monumenti di questo tipo che all’indomani della Grande guerra, per ricordare il sacrificio dei soldati morti al fronte, vennero realizzati in quasi tutti i comuni e le frazioni d’Italia. Era intenzione del fascismo, in quel periodo, ricordare anche una guerra vittoriosa della quale si proclamava erede.

Oltrepassando il cancello in ferro battuto, ci si può avvicinare al monumento e leggere quello che è scritto sui quattro lati, dove vi sono delle lapidi. Nella prima c’è incisa una sorta di dedica: “Quando più bella sorrideva ad essi la vita, la loro fiorente giovinezza immolarono in olocausto alla Patria, nella guerra di redenzione. 24 maggio 1925”.

La guerra del ’15-’18 fu una delle più terribili nella storia moderna dell’umanità. Essa iniziò nell’estate del 1914, ma l’Italia entrò in guerra soltanto l’anno successivo. Al termine, nel 1918, le persone che vi perirono o rimasero ferite e invalide anche per cause collaterali furono decine di milioni. Questo breve testo vuole provare a raccontare le vicende di alcune di loro, i cui nomi sono incisi sulle altre tre lapidi presenti nel monumento ai caduti di Porchiano del Monte.
Sono la seconda, la terza e la quarta lapide che contengono i loro nomi. In due di essi vi sono quelli morti in battaglia; nell’altra, quelli che perirono per malattie durante la loro permanenza al fronte. Non è stato possibile rintracciare oggi familiari che possano portare una testimonianza diretta dei loro congiunti che fecero questa drammatica fine. Sono passati cent’anni, si è detto, i parenti diretti sono anch’essi per lo più scomparsi, e la memoria dei più anziani ancora rimasti in vita non è più lucida come un tempo. Ma partendo dai nomi incisi sulle lapidi, consultando poi l’Albo d’oro dei caduti della Grande guerra, e facendo delle ricerche sulle battaglie del conflitto e sulla storia dell’epoca, si possono ricostruire con una certa verosimiglianza le circostanze che portarono alla loro morte e immaginare anche qualche aneddoto al riguardo.

Paris Sabatini, figlio di Giuseppe, e Terzo Paolocci, figlio di Sabatino, erano amici e quasi coetani. Nato nel 1890 il primo, e tre anni dopo il secondo, non erano mai stati sulle Dolomiti, se mai le avevano sentite nominare da qualcuno. A venticinque e ventidue anni, la vita è tutta davanti, pensano ai genitori che hanno lasciato a casa, e ai lavori nei campi che dovranno fare per chissà quanto tempo senza il loro aiuto, mentre vengono arruolati in fanteria, entrambi nel 52°reggimento. Paris e Terzo si fanno coraggio l’uno con l’altro. Il monte Col di Lana era allora un punto di confine fra il Regno d’Italia e l’Impero austro ungarico, logico che la guerra cominciasse anche da lì. Paris e Terzo vi muoiono entrambi, in una giornata d’estate il primo, il 16 luglio del ’15, e in una di autunno il secondo, il 26 ottobre dello stesso anno. Vi persero la vita così tanti soldati, circa ottomila, su quella montagna, che qualcuno la ribattezzò poi “Col di sangue”. Soldati di entrambi gli schieramenti, è chiaro. Qualche mese dopo, furono gli italiani che facendo esplodere qualche tonnellata di dinamite sulla montagna, la fecero in parte crollare uccidendo decine e decine di austriaci, e riuscendo così a conquistare la vetta. Vittoria solo temporanea, dato che con la disfatta di Caporetto, la dovettero poi cedere nuovamente agli austriaci.

Tra la tragica notizia della morte di Paris, e poco prima di quella di Terzo, era nel frattempo giunta a Porchiano un’altra triste comunicazione: il caporale Sante Saltimbanco, figlio di Nicola, anch’esso in fanteria, ma nel 129° reggimento, era perito sul monte San Michele il 21 ottobre, per le ferite riportate in combattimento. In questa piccola pietraia del Carso, piena di trincee, che settimana dopo settimana veniva conquistata e poi perduta, e poi di nuovo riconquistata e di nuovo perduta, morirono in tanti. Sante, non ancora trentenne, fu uno dei primi fra questi, durante la Terza battaglia dell’Isonzo, che durò soltanto pochi giorni, fra ottobre e novembre del 1915. Chissà se durante quelle lunghe giornate di tensione, Sante incontrò mai quello strano soldato di due anni più piccolo di lui, era un fante anch’esso, ma arruolato nel 19°, che aveva l’abitudine di scrivere sui taccuini, nel poco tempo a disposizione, le impressioni di quelle dure giornate. Questi, l’estate dopo, ricordò il monte San Michele in una sua poesia, che si intitolava “Sono una creatura”: “Come questa pietra / del S. Michele / così fredda / così dura / così prosciugata / così refrattaria / così totalmente / disanimata / Come questa pietra / è il mio pianto / che non si vede / La morte / si sconta / vivendo”. Il suo nome era Giuseppe Ungaretti.

L’ottobre di quell’anno fu particolarmente tragico per i ragazzi di Porchiano. D’estate era morto Paris, ma a ottobre non morirono soltanto Sante e Terzo: pure Amedeo Grilli, figlio di Cesare, perse la vita lo stesso giorno di Terzo, il 26. Non conosciamo le circostanze del suo ferimento, non sappiamo dove avvenne. Ma sappiamo che Amedeo venne fatto prigioniero dagli austriaci, e ferito, morì mentre era nelle loro mani. Aveva soltanto ventun’anni.

A Porchiano i contadini erano ancora impegnati nella raccolta delle olive, che in quel tempo avveniva molto più tardi rispetto ad ora, quando col freddo della tramontana arrivò la notizia della morte di un altro ragazzo, Arturo Proietti, figlio di Andrea, che a venticinque anni era rimasto ferito mortalmente in Libia. Era il 18 dicembre. Arturo faceva parte del Regio corpo della truppe coloniali, e nelle lettere inviate a casa, raccontava le vicende di quel luogo un po’ esotico, così diverso dalla campagna amerina.
Si concluse così il primo anno di combattimenti, e durante i primi mesi del 1916, le cose andarano avanti in paese senza tragiche notizie dal fronte. Ma con i primi caldi, le campane ricominciarano ad annunciare le giovani morti della guerra.

Osvaldo Costantini, figlio di Innocenzo, era un bersagliere, in forza al 2° reggimento. Il 10 maggio del 1916, appena sveglio, non poté fare a meno di pensare al suo paese, dove proprio quel giorno si festeggiava Santa Cristina, la patrona. Quanto era bella quella festa! A vent’anni appena compiuti, quella sarebbe stata un’occasione anche di divertimento, e magari per incontrare e parlare con qualche ragazza. Ma oggi era lontano, ci sarebbe stato tempo per quello, una volta finita la guerra. Nella conca di Plezzo, nell’alta valle dell’Isonzo, ora in Slovenia, si combatteva da giorni duramente. Quella sera del 10 maggio, Osvaldo vi morì.

Egidio Ippoliti, figlio di Agostino, non aveva probabilmente mai sentito parlare delle Termopili. Uno stretto passaggio fra le rocce dove nel 480 avanti Cristo pochi soldati greci in un’epica e valorosa battaglia cercarono di rallentare l’avanzata dei soldati persiani fino alla tragica fine. Egidio aveva 32 anni, e non sappiamo cosa facesse prima di partire soldato, arruolato nel 62° reggimento di fanteria. Sappiamo però che il 7 giugno del 1916 perse la vita sul passo Buole, nelle prealpi venete, durante gli aspri combattimenti che vi ebbero luogo fra maggio e giugno di quell’anno, e che sono passati alla storia come le “Termopili d’Italia”, ad indicarne l’aspra crudezza.

L’altopiano di Asiago è una delle zone più famose di combattimenti della Prima guerra mondiale. Oltre un milione di soldati, di entrambi gli schieramenti, vi si fronteggiarono a lungo, in quella terra di confine. E le vicende di quel periodo e di quel luogo vennero raccontate da alcuni di essi, che poi diventarono famosi scrittori, come Carlo Emilio Gadda, Emilio Lussu, Robert Musil, Ernest Hemingway, Rudyard Kipling, Franz Kafka, che talvolta vi si trovarono addirittura direttamente coinvolti. Emilio Lussu, in particolare, nel libro “Un anno sull’Altipiano”, scrive:

“Sull’Altipiano, comprese le bombarde pesanti da trincea, non v’erano meno di mille bocche da fuoco. Un tambureggiamento immenso, fra boati che sembravano uscire dal ventre della terra, sconvolgeva il suolo. La stessa terra tremava sotto i nostri piedi. Quello non era tiro d’artiglieria. Era l’inferno che si era scatenato. Trombe di terra, sassi e frantumi di corpi si elevavano, altissimi, e ricadevano lontani. Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna.”

Il 2 luglio 1916, non aveva ancora compiuto vent’anni, Agostino Bassetti, figlio di Giovanni, del 226° reggimento di fanteria, vi perse la vita.

Il giorno dopo, anche Ascanio Giontella, figlio di Pasquale, arruolato nel 146° reggimento di fanteria, pose termine alla sua breve vita, aveva ventuno anni, in una battaglia sul monte Cimone. Una montagna strategica, perché se gli italiani fossero riusciti ad espugnarla, da lassù avrebbero potuto ostacolare facilmente l’avanzata degli austriaci lungo la sottostante vallata. Ma questi ovviamente fecero di tutti per impedirlo. Ascanio morì il 3 luglio 1916. Abbiamo la testimonianza diretta di un altro soldato, Giovanni Maria Puggioni, relativa al giorno dopo, che bene spiega non solo la durezza di quei combattimenti, ma anche l’avventatezza e gli errori degli ufficiali che comandavano i soldati.

“Il 4 luglio 1916 è stato un giorno tremendo, quello che capitò mi rimarrà impresso per tutta la vita e mai potrò dimenticare quello che successe e i compagni che rimasero sul terreno o storpiati per tutta la vita. (…) Io ero sicuro che ora sarebbe stato il nostro turno di assaltare il Cimone dopo che nei giorni precedenti altri reparti della Brigata si erano dissanguati nel tentativo. Infatti gli Ufficiali ci disposero in allerta e ci fecero muovere in direzione di Cava. (…) arrivammo sotto la salita di Cava ed iniziava ad albeggiare. In alto dalle linee austriache lontane alcune centinaia di metri, non sembrava ci fosse nessuno; si vedevano i reticolati e la barriera di protezione di sacchetti o di sassi, ma con l’ombra non si distingueva nulla di preciso. Ad un certo punto sentii la voce del Tenente Colonnello Nascimbene che gridava come un ossesso: …Bisagno …Savoia! Savoia! Avanti! Gridava ed impugnava la pistola, subito i Capitani ed i Tenenti iniziarono a soffiare nei fischietti gridando quando smettevano: …avanti Savoia! Le prime squadre iniziarono a correre in salita urlando: Savoia! (…) Seguite dalle altre, io pure iniziai a correre in avanti mentre la mia squadra mi seguiva e mentre correvo dissi agli uomini di non disperdersi. In realtà ero stupito che dalla linea avversaria non ci fosse reazione; fu però questione solo di pochi minuti poiché dalle trincee austriache ci arrivò addosso una scarica di mitraglia e di fucileria. Io mi chiedevo anche il motivo di perché il Colonnello aveva deciso l’assalto da così lontano… forse sarebbe stato meglio avvicinarci di più e prenderli di sorpresa. Comunque continuai a correre, se di corsa si può parlare in salita… e con un terreno pieno di sassi. Dall’alto ci arrivavano le scariche di mitraglia che colpivano il terreno e ci fischiavano vicino come un cinguettio di passeri, e pure se eravamo larghi ogni tanto qualcuno cadeva gridando oppure stramazzava come colpito da un pugno. Più passava il tempo e più soldati cadevano specie quelli che venivano con i gruppi dietro di noi. Ad un certo punto il fuoco austriaco diventò infernale e dall’alto ci pioveva addosso di tutto: massi di roccia ed anche tamburlane piene di esplosivo che rotolavano e poi scoppiavano con un boato tremendo. I morti ed i feriti si contavano davanti e dietro a decine… io non capivo più nulla (…) dietro c’erano gli altri che correvano e gli Ufficiali che non ci facevano fermare e continuavano a soffiare nei fischietti. (…) Ad un certo punto mi trovai vicino ad una specie di grosso masso che dava copertura e mi gettai dietro per prendere fiato e bere una sorsata di acqua dalla borraccia (…) Dietro di me arrivò uno dei Corraine e un certo Murgia che conoscevo, ci mettemmo comodi e volevamo accendere una sigaretta ma le mani ci tremavano per la tensione; io dissi: …pigliamo fiato poi mettiamo il fucile a tracollarm e andiamo avanti con le bombe a mano perché abbiamo le mani libere, siamo più svelti e se arriviamo addosso agli austriaci possiamo usare le braccia e la baionetta o il coltello… Mentre dicevo così ai miei compagni, arrivò dietro al sasso il Maggiore Alessio che comandava l’altra colonna e che non era del mio battaglione; questo Maggiore che era esaltato, con la faccia cattiva e la Glisenti in pugno, iniziò subito a gridare: …avanti andate all’assalto…raggiungete la cresta… vi sparo…; io risposi: Signor Maggiore, aspettiamo che il fuoco delle mitragliatrici si calmi per un po’ e poi facciamo altri 30 o 40 metri sino ad un altro riparo che ci stava davanti… Intanto intorno era come un carnaio di soldati morti e feriti e quelli vivi avevano la testa bassa cercando mentre stavano sdraiati di ripararsi dalla grandine di piombo che ci arrivava addosso. Il Maggiore non sentiva ragione e mi continuava a gridare di uscire dal riparo…, a quel punto Corraine ebbe timore dell’Ufficiale e si lanciò fuori dal riparo ma fatti nemmeno due passi venne colpito al ginocchio da un proiettile. Io allora mi sporsi fuori del masso e strisciai sino a lui, poi gli allungai il fucile e dopo che si fu aggrappato alla cinghia tirai il calcio e riuscii a trascinarlo al riparo per mettergli il pacchetto di medicazione. Il Maggiore Alessio pur vedendo quello che stavo facendo, continuava ad urlarmi di uscire e disse: …vigliacco vai avanti… A questo punto mi girarono le balle e persi il controllo, presi il fucile e gli misi la baionetta in gola e gli dissi: …io non sono un vigliacco! E “lu Santu dtoiu” se hai tutto questo coraggio esci per primo… Il Maggiore diventò pallido e si alzò di scatto per balzare avanti, ma appena in piedi mi ricadde addosso con la faccia che era diventata completamente nera perché un colpo esplosivo lo aveva preso in fronte. Allora io aspettai un po’ e dopo mi lanciai di corsa verso l’orlo ma tutto il reparto era fermo e gli ufficiali ci dissero di ripiegare, cosa che facemmo rotolandoci e strisciando all’indietro. Di circa 650 che eravamo ci contammo che eravamo rimasti in 36 sani, gli altri feriti morti e non rientrati alla conta (…) Così è stato l’assalto al Monte Cimone del 4 luglio del 1916 e nonostante debba ringraziare Dio di non essere morto, ancora oggi mi chiedo come mai ha permesso a tanti di morire come ad un macello di pecore.”

Nell’autunno e nell’inverno 1916-1917, i ragazzi di Porchiano che perdono la vita nella Grande guerra, cadono soprattutto sul Carso. Arduino Miliacca, figlio di Fortunato, del 93° reggimento fanteria, vi muore a ventun’anni, l’11 ottobre del 1916. Per le cronache, risulta disperso, nemmeno fu più ritrovato il corpo. Domenico Fortini, figlio di David, del 125° reggimento fanteria, muore diciotto giorni dopo, a 34 anni, nella stessa zona. Analoga sorte anche per Aurelio Peruzzi, figlio di Giuseppe, del 131° reggimento fanteria: siamo ormai nel 1917, il 10 di gennaio, e Aurelio non fa in tempo a compiere trent’anni.

A fine gennaio, il 26, muore ad Amelia, dove era ricoverato, un soldato della 54esima compagnia presidiaria, Eugenio Pelosi, figlio di Augusto, di anni trenta. E’ il primo di una serie di uomini che perdono la vita per malattia, durante la guerra. Tutti quelli di cui ho potuto rintracciare qualche dettaglio partendo dai nomi incisi su una delle tre lapidi, facevano parte di questa struttura, alla quale erano destinati coloro che per i motivi più vari, spesso per problemi di salute ma anche per altri, tipo l’età avanzata, l’alto numero di figli e altro ancora, non venivano più dislocati al fronte ma piuttosto nelle retrovie, dove svolgevano svariati compiti: furieri, magazzinieri, cuochi, polizia militare, ecc. Compiti importanti per il corretto funzionamento dell’esercito in prima linea. Gli altri tre porchianesi il cui nome è inciso nella lapide relativa ai morti per malattia di cui è stato possibile rintracciare qualche dato, sono Metello Bassetti, figlio di Marco, della 59esima compagnia presidiaria che muore a 36 anni il primo giorno del 1918 a Napoli, dove probabilmente era ricoverato; Ettore Rinaldi, figlio di Francesco, trentunenne, della 66esima compagnia presidiaria, che muore a Perugia ventiquattro giorni dopo Metello; e Adamo Fortini, figlio di David (presumibilmente fratello di Domenico, morto sul Carso), soldato ventinovenne della 133esima colonna carreggio e salmeria, che muore per malattia nell’ospedale da campo n. 076. Pare che questo ospedale, che come gli altri dello stesso tipo accoglieva i feriti in baracche e tendopoli, fosse a Verona. La colonna carreggio e salmeria, composta per lo più da carri trainati da muli, era quella che provvedeva al rifornimento delle truppe. In quel periodo, mezzi a motore e carburanti erano piuttosto rari.

Ma di quale malattia si moriva, a quel tempo? Probabilmente a causa dell’epidemia di spagnola, una sindrome influenzale che durante i primi anni del Novecento uccise milioni di persone in tutta Europa, addirittura più di quelli causati direttamente dalla guerra. Si chiamava così perché i primi giornali che ne riportarono notizie, erano quelli spagnoli, che in quel periodo non erano assogettati alla censura come gli altri. Ma in realtà fu portata dagli americani. Le spaventose condizioni igieniche della vita di trincea ne favorirono la diffusione.

Nell’agosto del 1917, sul medio Isonzo, cadono in battaglia altri due porchianesi: Augusto Quondam-Marco, del 263° reggimento fanteria, trentaquattro anni, il 3 (il cui corpo non venne ritrovato) e Giovanni Battista Miliacca, figlio di Giuseppe, del 94° reggimento fanteria, trentasette anni, il 25.

A settembre giunge a Porchiano la notizia della morte di Augusto Miliacca, figlio di Vincenzo, di anni trentasei, soldato di una compagnia di mitraglieri, avvenuta sul Carso il 5 del mese.

Dopo quasi un mese è la volta di Giovanni Varazi, figlio di Americo, che a trentatré anni muore sull’altipiano di Bainsizza, ora in Slovenia, subito dopo l’undicesima battaglia dell’Isonzo. Forse Giovanni in quei giorni incrociò un altro soldato che combatté lì, di nome Sandro Pertini, che parecchi anni dopo, diventerà Presidente della Repubblica. Le cronache riportano che Pertini proprio per il valore dimostrato in quella battaglia, fu proposto per una medaglia d’argento al valor militare. Tuttavia durante il fascismo, dato che lui era antifascista e socialista, la proposta venne occultata. Soltanto nel 1985 questa gli venne regolarmente consegnata.

Augusto Peracchini, figlio di Vincenzo, soldato del 112° reggimento fanteria, morì sul Carso due giorni dopo Giovanni Varazi, il 5 ottobre. Augusto è l’ultimo caduto porchianese del 1917.
Non si segnalano morti in combattimento durante i primi mesi del 1918, a parte i due per malattia di cui ho parlato prima. L’11 settembre, in Macedonia, cade Augusto Piciucchi, figlio di Sante, del 62° reggimento fanteria. Aveva trentaquattro anni e faceva parte del Corpo di Spedizione italiano in Macedonia, il cui scopo era quello di osteggiare le forze bulgare e quelle austroungariche. Oltre a lui, vi furono oltre ottomila connazionali fra morti, feriti e dispersi e ancora di più quelli vittime del gelo e di malattie infettive.

Nell’autunno del 1918 morirono gli ultimi due porchianesi di cui sia stato possibile rintracciare qualche dettaglio: il 24 ottobre muore Antero Costantini, figlio di Reginaldo, di trentaquattro anni, soldato del 280° reggimento fanteria, che muore sul Piave per le ferite riportate in combattimento; e il 28 ottobre, neanche due settimane dalla fine della guerra, perde la vita Alberto Corsi, figlio di Vittorio, caporale maggiore del 22° reparto d’assalto nella battaglia di Moriago, che da quelle vicende cambierà poi nome in Moriago della Battaglia. Quel giorno, i soldati italiani riuscirono ad attraversare il Piave e a sfondare le linee nemiche, nei pressi di un’isoletta sul fiume che da allora venne chiamata Isola dei Morti, per l’alto numero di caduti. Fu questa la premessa della importante battaglia di Vittorio Veneto, che portò poi alla definitiva vittoria italiana e che iniziò proprio il giorno della morte di Alberto.

La notizia della sua morte fu l’ultima che arrivò a Porchiano prima di quella che annunciava il termine della guerra, l’11 novembre del 1918, con la resa della Germania. Si tornava alla vita di tutti i giorni, e nelle settimane successive i pochi scampati fecero ritorno a casa.

Di quello che videro però, parlarono poco, perché l’orrore vissuto davanti ai loro occhi era stato davvero terribile. (MP)

2 pensieri su “Come un cinguettio di passeri

  1. stefano cavalchini

    Che appassionata e documentata ricerca hai fatto! Fa venire un nodo alla gola, la fine di questi poveri ragazzi ( e chissà quanti piu feriti e invalidi) sbattuti in luoghi sconosciuti in tempi in cui era inusuale perfino traversare il Tevere.
    E sappiamo che quella guerra cosi terribile non finì affatto il 4 novembre perché con i suoi orrori creò le premesse per una successiva stagione di conflitti in tutta Europa e alla fine ebbe il suo secondo tempo dal 39 al 45.
    Da allora qui in Europa ( e quasi solo in Europa) nulla di simile è per fortuna mai piu accaduto. Dovremmo conservare molto aldilà della scomparsa dei protagonisti la memoria di quelle pene per misurare la fortuna delle generazioni odierne. Ma poi penso che anche queste hanno i loro drammi da vivere, le loro sconfitte e (speriamo) una pace onorevole che le ripaghi.
    Di nuovo complimenti a questo articolo e a tutto il sito.

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